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Il dolore cronico è una delle maggiori cause di disabilità al mondo. Non sempre i medici riescono a individuarne l’origine. Il risultato degli esami diagnostici, in molti casi, è più che deludente e costringe la persona colpita a rinunciare ad alcune delle sue attività abituali, persino al lavoro, se si tratta di un impegno incompatibile con la condizione fisica. C’è di più: queste persone non riescono a ottenere riconoscimenti, né indennizzi, e può capitare che subiscano discriminazioni, anche a livello sociale. 

Il dolore cronico si differenzia da quello acuto per la sua persistenza nel tempo e perché può essere considerato esso stesso una malattia. Quello acuto è invece il sintomo di una patologia sottostante.

I farmaci impiegati, le cui categorie variano a seconda dell’origine della sofferenza, possono non essere sufficienti nel garantire un miglioramento della qualità della vita del paziente. Qui può entrare in gioco la tecnologia, in particolare la realtà virtuale. Un sondaggio di Emg Different rivela che in Italia una persona su cinque è in lotta con il dolore cronico, mentre il 70% degli italiani lamenta uno scarso accesso a una informazione puntuale sull’argomento. 

Sulla realtà virtuale a scopi curativi è aumentato, negli ultimi anni, il numero delle ricerche. Al Cedars-Sinai Medical Center, un rinomato ospedale californiano, è in corso una grande iniziativa accademica guidata dal professor Brennan Spiegel, ricercatore gastroenterologo. Il programma in questione è stato avviato nel 2015, grazie alla donazione milionaria di un banchiere. L’ambito della medicina che negli Stati Uniti usa la realtà virtuale come terapia, nel trattamento del dolore cronico, sta crescendo sempre di più; il suo valore economico è già stato stimato in miliardi di dollari.

I congegni super tecnologici sono utili a chi sia stato colpito da un ictus, a chi sperimenti ansia o soffra di depressione, e sono impiegati persino durante gli interventi chirurgici. Lo scorso novembre, la FDA (Food and Drug Administration) ha autorizzato la commercializzazione di apparecchi di realtà virtuale per trattare il dolore cronico. 

Il programma portato avanti da Spiegel al Cedars-Sinai Medical Center prevede che i programmatori, anche autodidatti, interagiscano con i pazienti, all’interno del centro. In questo modo raccolgono i loro feedback e possono intervenire sui software per modificarli e renderli più efficaci, a seconda della malattia da trattare e delle caratteristiche del paziente. Un servizio che se esternalizzato non darebbe gli stessi risultati e costerebbe molto di più. Mentre i pazienti viaggiano attraverso scenari che sembrano assolutamente reali, senza davvero esserlo, i medici raccolgono dati biometrici. Si studiano gli occhi, le funzioni cardiache, le percezioni cognitive, lo sforzo mentale. I dati vengono poi messi in relazione con i problemi del paziente, con i disagi fisici e mentali legati al dolore cronico. 

Del servizio offerto nel reparto del dottor Spiegel, nella città di West Hollywood, in California, è riportata un’ampia e appassionata cronaca sul New York Times Magazine. L’autrice dell’articolo al quale facciamo riferimento è Helen Ouyang. Per leggerlo o ascoltarlo, naturalmente in lingua originale, si può aprire il seguente link: https://www.nytimes.com/2022/04/26/magazine/virtual-reality-chronic-pain.html.

Qualche tempo fa, l’associazione Stella Marina e LWBProject hanno sostenuto il progetto Tommi, destinato al reparto pediatrico dell’ospedale SS. Annunziata di Taranto. Tommi è un visore di realtà virtuale pensato e realizzato da Softcare Studios per i bambini tra i 7 e i 12 anni. È uno strumento che offre ai piccoli la possibilità di combattere la malattia (oncologica, odontoiatrica, ortopedica), entrando in una dimensione altra, sedando quindi la percezione del dolore, fisico e psicologico. Sono questi i progetti sui quali si focalizza l’impegno di LWBProject. Tecnologia sofisticata, in questo caso, al servizio della comunità, in un ambito delicato, come quello ospedaliero.