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La Puglia è la prima regione in Italia ad avere una centrale di telemedicina. La pandemia ha evidentemente obbligato la Sanità pubblica a mettere in discussione le proprie strutture e le modalità di offerta dell’assistenza al paziente. Gli scienziati prevedono un futuro in cui si dovrà far fronte alla diffusione di altri virus; viviamo in un mondo globalizzato e sarebbe ingenuo pensare che l’esperienza con il Sars-CoV-2 non possa replicarsi, con altri agenti patogeni. In questa prospettiva diventa importante per ogni Paese dotarsi di una Sanità pronta a rispondere non soltanto alle emergenze, ma anche ai nuovi bisogni della collettività.

La telemedicina è senza dubbio uno di questi. I primi passi della Regione Puglia in questa direzione fanno ben sperare. Per applicare le disposizioni urgenti impartite dal Governo tramite il cosiddetto Decreto Rilancio, la Regione ha istituito, presso l’Agenzia Regionale per la Salute ed il Sociale, la Centrale Operativa Regionale di Telemedicina delle Cronicità e delle Reti Cliniche.

I destinatari del servizio dovrebbero essere, almeno in questa fase, i pazienti cronici. A loro viene offerta la possibilità di gestire autonomamente la malattia, con il supporto fondamentale del personale medico. È un modo per garantire le cure a chi evidentemente ha difficoltà a uscire di casa; una maniera per evitare ospedalizzazioni costose per il servizio sanitario nazionale e “dolorose” per il paziente. Con la telemedicina le persone in cura non sono costrette a frequenti viaggi in ambulatorio, per i controlli, né a ricoveri che li sottraggono agli affetti e all’ambiente domestico.

Come sottolinea il direttore generale dell’Aress (Agenzia Regionale Strategica per il Sociale) Giovanni Gorgoni, “non si tratta di un servizio tipo Amazon per la salute”. Non potrebbe mai essere nulla del genere. Le esperienze già maturate negli Stati Uniti e in altri Paesi dovrebbero servire a programmare un servizio all’avanguardia, che sia di reale supporto per i pazienti, che riesca a liberare in qualche modo risorse ospedaliere o relative ad altre strutture sanitarie. In collegamento con il paziente, si procede al controllo dei referti degli esami e dei suoi parametri vitali (ognuna delle persone seguite a distanza viene dotata di un kit con le apparecchiature che servono per la rilevazione dei parametri), lo si accompagna in un percorso che aggiunge, non toglie nulla all’assistenza tradizionalmente offerta. Quando il medico lo ritiene opportuno convoca in studio la persona che sta seguendo virtualmente. La medicina tradizionale che integra quella fatta con l’ausilio della tecnologia, in altre parole.

Ci sono già esempi virtuosi di telemedicina in altre parti d’Italia. È importante che crescano, per tutti, le possibilità di cura, che possano differenziarsi, a seconda dei casi da trattare. Altrettanto importante è rendere più efficienti le strutture sanitarie già esistenti (senza questo passo, non può esserci vera integrazione tra assistenza tradizionale e virtuale). L’accesso agli esami diagnostici o di prevenzione resta, al momento, complicato per molti utenti del servizio sanitario pubblico. Pensiamo anche soltanto alle liste d’attesa o ai contorti passaggi burocratici (che sottraggono tempo prezioso per le diagnosi tempestive), necessari per avere anche solo un’impegnativa che il medico di base non può più preparare.