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Un Paese che non curi la salute mentale dei suoi residenti è destinato a “fallire”.

Senza benessere psico-fisico non può esserci sviluppo sociale ed economico.

Sulla base di questa semplice considerazione, le istituzioni dovrebbero fare di più, per esempio promuovendo strategie per abbattere la cultura del pregiudizio, per rompere gli stigmi che spesso colpiscono chi è portatore di una patologia psichiatrica.

Esistono naturalmente cure per le malattie del fegato, del cuore, dei reni e degli altri organi. Non si vede perché le patologie che interessano il cervello debbano essere considerate in maniera differente, come se non fossero malattie. Come se i pazienti avessero una qualche responsabilità personale, quasi come se fossero stati loro ad “attirare” la patologia. Una mentalità medievale, purtroppo ancora molto diffusa. 

Rispetto agli interventi statali, in questo ambito della medicina, il rapporto World mental health report. Transforming mental health for all dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) fa luce sulla situazione globale e individua dei percorsi da seguire, per individuare soluzioni valide ai problemi che affliggono il settore. Soltanto il 2% (in media) del bilancio sanitario dei Paesi viene destinato alla diagnosi e al trattamento delle patologie mentali. 

I disturbi mentali hanno colpito, nel 2019, 970 milioni di persone, di cui l’82% nei Paesi a reddito medio-basso. I disturbi più diffusi, nello stesso anno, erano l’ansia (31%) e quelli depressivi (28,9%), che in seguito alla pandemia di Covid-19 hanno registrato un aumento rispettivamente del 26% e del 28%.

Sul sito dell’Asvis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) si legge che tra le persone colpite da disagi mentali si registrano tassi di mortalità molto più elevati rispetto alla popolazione generale.

Sono i dati del Rapporto dell’OMS a suggerirlo. La schizofrenia e il disturbo bipolare dell’umore, per citare due condizioni spesso invalidanti, causano morte prematura, addirittura da 10 a 20 anni prima. I decessi sono dovuti all’elevato numero di suicidi tra questi pazienti (su questo dato si potrebbe intervenire, con una politica sanitaria seria), e a malattie (in particolare respiratorie, cardiovascolari e infezioni) che si potrebbero tranquillamente prevenire, se ci fossero una programmazione, risorse e competenze diffuse, in maniera omogenea, in tutto il mondo. 

Leggiamo, ancora una volta sul sito Asvis che, nel 2019, il 14% dei giovani tra i 10 e i 19 anni è stato affetto da disturbi mentali, ovunque nel mondo.

Il suicidio è la principale causa di morte tra i ragazzi, e più della metà degli episodi avviene prima dei 50 anni, quindi nell’età in cui si è ancora molto attivi, lavorativamente e socialmente parlando. 

Il più alto tasso di suicidi si registra nei Paesi con reddito medio alto. L’OMS, alla luce di quanto raccolto, ha sollecitato con urgenza azioni da parte dei governi, politiche che disegnino un approccio multidisciplinare.


Fonte:   Valeria Cigliola