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La Cina sta raccogliendo il Dna della popolazione maschile di tutto il Paese per creare un database genetico senza precedenti nella storia. Non si tratta di uno studio a scopo medico-scientifico, il Covid in questo caso non c’entra. Le finalità dell’operazione, avviata nel 2017, restano ad oggi poco chiare. 

Gli attivisti dei diritti umani sono in allarme per i possibili impieghi che il materiale archiviato potrebbe trovare. Uno studio dell’Australian Strategic Policy Institute e un’inchiesta del New York Times provano a fare luce sul progetto. 

Trapelano particolari non esattamente rassicuranti; la polizia cinese raccoglie il sangue anche nelle scuole e sebbene lo faccia previo consenso degli interessati, sembra che tale consenso non possa essere liberamente negato. Secondo quanto pubblicato dal quotidiano USA, i funzionari di Pechino usano argomenti di persuasione (tipo la minaccia di estromissione dai servizi sanitari) che non lasciano molta scelta ai cittadini interpellati. 

Se il progetto fosse portato a termine - avverte il New York Times - il Governo cinese avrebbe uno strumento ulteriore, potentissimo, per alzare il livello di sorveglianza della popolazione. Senza considerare altri risvolti, come l’uso distorto che la stessa polizia o altri soggetti potrebbero fare dei campioni di Dna e il rischio di furti all’interno della banca dati. 

In realtà il Paese che ha inventato la “rivoluzione culturale” possiede già la più grande raccolta di materiale genetico al mondo. In ogni caso, l’obiettivo di schedare tutti gli individui maschi residenti in Cina non è ancora stato raggiunto, visto che il paese asiatico ha una popolazione complessiva pari al 18% circa di quella mondiale, ossia più di un miliardo e mezzo di persone.

In realtà il target del governo cinese è la copertura del 5-10% dei cittadini di sesso maschile; in seguito da questo materiale genetico si potrebbero ricavare “facilmente” informazioni sulle persone collegate ai profili tracciati. 

A fornire gli strumenti per lo “studio” (cioè i kit per il test del Dna) sarebbe una società farmaceutica americana, la Thermo Fisher. Quando la notizia è stata diffusa, gli amministratori delegati dell’azienda hanno fatto sapere che avrebbero interrotto il rapporto con la Cina. 

Il timore di coloro i quali si battono per la tutela della privacy e i diritti umani è che la Repubblica Popolare Cinese possa usare le informazioni genetiche raccolte, come arma per minacciare e “piegare” le famiglie dei dissidenti o degli attivisti politici; che il DNA possa servire per avvalorare un’accusa, per così dire, costruita a tavolino. 

Le autorità e i funzionari “interrogati” sull’argomento hanno fatto sapere che il database sarebbe utilizzato solo per individuare e perseguire i criminali. Fatto sta che il progetto lascia quanto meno perplessi, per usare un eufemismo. Il passo verso la repressione, già in atto, di alcune minoranze etniche, diventerebbe forse ancora più breve. Il database, sostengono i difensori dei diritti umani, mette in serio pericolo le libertà dei cittadini cinesi.