Visto 373 volte

Ricomincio da 3003 piastrelle. Un invito a gestire in maniera creativa i limiti della quotidianità (compresi quelli che il covid tuttora impone), per guardare lontano. Al futuro da “decorare” come una creazione in ceramica. Parafrasando il celebre film di Massimo Troisi, entriamo nel mondo di Baronesse Ceramics - https://www.instagram.com/baronesseceramics/, ovvero nell’universo policromo di Marilena Venturini Buongiorno, artista ceramista di Taranto. 

Un’esperienza professionale caleidoscopica segna gli anni della sua formazione, la passione per la ceramica coltivata sin da giovanissima trova uno spazio esclusivo nella sua vita a partire dal 2016, anno in cui l’idea di avviare un vero e proprio laboratorio si traduce in realtà. Oggi Marilena è un’artista pienamente consapevole del proprio talento, una donna che ama sperimentare e sperimentarsi. Umile nel parlare di sé, le sue creazioni sono tutt’altro che modeste, la loro bellezza è frutto di una ricerca che non si interrompe mai.

Tra i suoi ultimi ultimi progetti #3003 piastrelle e un workshop sulla tecnica della Cuerda Seca, in programma a Monopoli sabato 1 agosto. Organizzato con altri due artisti ceramisti, Giambattista Giannoccaro e Anna Dibello, il workshop si tiene nella suggestiva cornice di una chiesa sconsacrata, nel centro di Monopoli. Con Marilena abbiamo parlato della cuerda seca, della sua collaborazione con il laboratorio di Monopoli e del suo instancabile desiderio di esplorare nuovi territori, nell’arte, come nella vita. 

Le iscrizioni al workshop intensivo di Cuerda Seca sono aperte fino al 24 luglio (per informazioni e prenotazioni è possibile contattare il seguente numero: 348/0503298). 

Parliamo dell’iniziativa e della collaborazione con Monopoli. Come nascono?

L’idea della formazione sulla cuerda seca è nata pensando alle possibilità che questa antica tecnica, introdotta in Spagna dagli arabi intorno al 1400, offre, rispetto alla decorazione della ceramica e all’interesse che raccoglie attorno a sè. In questa circostanza sono felice di collaborare con due artisti come Giambattista Giannoccaro e Anna Dibello. Sono architetti che hanno deciso, ad un certo punto della loro vita, di lasciare la professione per dedicarsi completamente alla ceramica. Hanno un bellissimo laboratorio, il Giùinlab e il loro lavoro ha molto successo, soprattutto all’estero. La tecnica della cuerda seca consente di realizzare oggetti, in questo momento, molto richiesti.

Qual è il contesto nel quale il vostro lavoro si innesta?

Con il nostro modo di interpretare la ceramica vorremmo creare una nuova visione, alternativa alle correnti che caratterizzano l’attuale panorama italiano. Nel nostro Paese esistono riferimenti precisi, molto forti, come Faenza, come l’Associazione Italiana Città della Ceramica, della quale fa parte anche Grottaglie, per fare un paio di esempi. La tradizione è una fonte inesauribile alla quale attingere, molto sviluppata nel contesto italiano, ma a noi interessa soprattutto la sperimentazione. A parte alcune realtà, non ci sono scuole di ceramica, soprattutto al Sud. Non esistono, per esempio, centri che insegnino la chimica ceramica, in tutta la penisola. Ci piacerebbe un giorno avere la possibilità di dare vita ad un centro di formazione totalmente diverso da quelli già presenti sul territorio nazionale. Tuttavia, questo non è il nostro unico progetto. 

In che modo intendete costruire questo percorso? Se ho inteso bene, vi presentate come nuovi artisti ceramisti.

Abbiamo un lungo cammino da percorrere. Cominceremo partecipando alle fiere, organizzando workshop come quello che sta per tenersi a Monopoli e attraverso le iniziative più diverse. Rispetto alla tradizione abbiamo una visione più fresca, ci accomunano anche l’amore per l’ambiente e lo sguardo sempre rivolto alle altre culture. Partiamo dalla formazione e dalla tecnica che al momento è più richiesta, cioè la cuerda seca. Contiamo molto sulla forza autentica delle nostre relazioni; quando si condivide la stessa vocazione, lavorare insieme è oltremodo stimolante. A settembre vogliamo avviare altri workshop. 

Potreste anche fare ricorso allo strumento dei finanziamenti pubblici, o no?

Non abbiamo alcun supporto da parte delle istituzioni. Rispetto ai finanziamenti, in genere i regolamenti  prevedono che ci sia un capitale di base con il quale cominciare, che solo in seguito viene rimborsato. Bisogna partire con un budget più o meno notevole, già in tasca. 

Rispetto alla crisi economica dovuta al covid e ad altri fattori, quale momento vive la ceramica?

In questo periodo c’è moltissimo interesse per le nostre attività, per la formazione sulla ceramica. Per me trovare un comune sentire con altri artisti è un’opportunità, uno stimolo a perfezionarmi ulteriormente. Con Giùinlab, ci auguriamo un giorno di poter aprire una nostra sede attrezzata, uno spazio dove fare formazione. Mi sono sempre occupata di formazione degli adulti. Quindici anni fa, in tempi non sospetti, lavoravo da Taranto, in smart working, con un’azienda di Bologna. 

Quale ritieni possa essere il fattore più importante nel percorso di un’artista?

Nel mio caso sono stati e sono importantissimi gli amici ceramisti, a Milano, a Teramo, a Monopoli. Si cresce solo in un ambiente stimolante. 

Se dovessi velocemente ripercorrere la cronologia delle tue esperienze formative e professionali, quali sarebbero le tappe più significative?

Difficile riassumere. Ho cominciato a fare ceramica a 26 anni. Ho seguito un corso a Piacenza, poi mi sono trasferita a Milano, dove ho frequentato la scuola Cova; era un’istituzione, allora. Un ambiente meraviglioso, internazionale. Io sono un perito tecnico agrario, a Piacenza mi ero iscritta alla Facoltà di Agraria e poi avevo trovato lavoro in un ristorante, come cameriera. Anche se guadagnavo benissimo, mi sentivo intrappolata. Tra i corsi cui ho partecipato, ricordo quello in Spagna, a La Bisbal, un paese catalano. Ho fatto un corso intensivo di tornio, di ceramica precolombiana, di cotture primitive. Negli anni ho lasciato e poi ripreso. Sono stata anche una consulente creativa per circa otto anni. Ho fatto l’archivista digitale, per un’azienda molto quotata di Milano. Ho avuto a che fare con incunaboli, libri millenari, mappe storiche, codici miniati dell’anno 1000, tutta la Biblioteca Ambrosiana. 

Avevi una preparazione informatica acquisita come?

Ho imparato da sola, internet mi interessava molto. Quella di Milano era un’azienda che riusciva ad aggiudicarsi regolarmente appalti prestigiosi. Io facevo il controllo di qualità. Ho collaborato anche alla realizzazione del sito dell’Istituto Ebraico, mi sono occupata della digitalizzazione e del controllo di qualità dei file, compresi i diari dei partigiani ebrei. Dopo tanti anni passati al buio, in spazi adatti a proteggere quei documenti, ho deciso che era il momento di tornare alla mia antica passione, la ceramica. Nonostante il lavoro digitale mi piacesse. Purtroppo, avevo subito degli episodi di mobbing, tra l’altro. Nel maggio del 2017 ho acquistato l’attrezzatura per la lavorazione della ceramica e 5/6 giorni dopo mi hanno diagnosticato un cancro.

Come hai fatto a proseguire? Ci vuole una bella dose di coraggio per andare avanti, dopo una notizia del genere.

Ci vuole molta caparbietà. Resistenza è la parola più adatta. Mi sono dovuta fermare per sottopormi a degli interventi, alle cure e poi ho ripreso il filo, nel punto in cui era stato interrotto. 

Qualche anno dopo queste vicende arriva un altro stop. Arriva il coronavirus e il mondo si ferma. 

Ad un certo punto durante il lockdown dovevo decidere, ancora una volta, cosa fare. Mi è venuta un’idea, l’ho chiamata #3003 piastrelle. Avevo già realizzato tre piastrelle a cuerda seca. Mi sono detta: perché non creare tremila (più le tre già fatte) piastrelle da collezione, tutte diverse, tutte fatte a mano, numerate, modellate e dipinte da me con decori originali? 

E così è partita un’altra avventura. Per questo progetto usi solo la tecnica della cuerda seca?

Non solo, sto utilizzando tecniche diverse, per esempio la giapponese mishima. Sperimento, come sempre, mi diverto nel fare quello che faccio. Appena ho avviato il progetto, ne ho vendute subito diverse. 

Quante ne hai realizzate finora? 

Una cinquantina. Tutte con il mio timbro di autenticità. Sto pensando anche ad un packaging particolare. Ogni lavoro sarà pubblicato sui social; per seguire il progetto basta digitare l’hashtag #3003piastrelle oppure #3003tiles. 

L’idea nasce con una finalità ben precisa. Qual è?

L'intero progetto servirà a finanziare l'apertura del laboratorio-scuola sperimentale di ceramica di cui parlavo e a sostenere le spese di mantenimento e cura di Galaxia, cagnolona quattordicenne che ha vissuto molti dei suoi anni in un rifugio e che ora è sempre al mio fianco. Ogni tanto regalerò una piastrella, ad estrazione.