Visto 709 volte

Nel corso del 2018, il commercio internazionale nel settore Tessile Moda ha subìto un rallentamento, a causa soprattutto di un mutato ritmo della domanda da parte dei mercati europei e asiatici. Una congiuntura che ha influenzato negativamente anche la produzione italiana. Secondo la nota Pitti, a cura di Confindustria Moda - Centro Studi per Smi, anche nel primo trimestre dell’anno in corso, il fatturato ha fatto registrare una flessione rispetto allo stesso periodo del 2018. La variazione sarebbe pari al -2,8%. E la guerra sui dazi ormai dichiarata da più parti, potrebbe rendere lo scenario ancora più critico. 

Ma le sfide non sono tali se non richiedono un impegno e uno sforzo di immaginazione superiori. Vincenzo Bucci ne sa qualcosa. Venticinquenne di Ruvo (comune della città metropolitana di Bari, in Puglia), non si accontenta di risultati sufficienti. Vuole di più. Si intuisce, sentendolo parlare, che il giovane cresciuto a pane e filati, nell’azienda di famiglia nata in un garage (come l’impero di Steve Jobs), alla fine degli anni Ottanta, punta decisamente più in alto. 

“Tante cose sono cambiate dagli anni d’oro ad oggi, per il commercio dei prodotti tessili. Abbiamo conosciuto il boom, allora, mentre oggi dobbiamo fare i conti con dinamiche completamente nuove, un mercato totalmente rivoluzionato, in qualche caso viziato, ma il nostro maglificio Vela Blu tenta ogni giorno di costruire qualcosa di nuovo - sottolinea Bucci”.

Vincenzo è figlio di Biagio Bucci e Filomena Columella. Il papà, figlio di agricoltori e fabbricatore di scarpe, la mamma camiciaia decidono, nel 1987, di metter su una piccolissima impresa, in uno spazio di soli 30 metri quadrati. E da qui che partono verso le aziende vere e proprie dell’epoca mini produzioni e campionature. In pieno centro a Ruvo nascono ogni giorno capi in ciniglia destinati ai bambini e le cose sembrano andare bene, tanto che nel 1993, anno in cui nasce Vincenzo, la famiglia Bucci comincia a fare sul serio. L’azienda si ingrandisce e diventa in poco tempo una Vela Blu che viaggia col vento in poppa, nel mare delle produzioni più importanti. Quelle in filo di Scozia, per esempio. 

Ecco cosa ci ha raccontato Vincenzo Bucci, a proposito di Vela Blu.

Dagli anni Novanta in poi le cose sono cambiate per il tessile, in che modo avete accolto i primi segnali della globalizzazione? 

Non è stato semplice, dopo il benessere sperimentato nei cosiddetti anni dell’edonismo, gli Ottanta, rimettersi in discussione, immaginare strategie per sopravvivere, per non cedere alle lusinghe della delocalizzazione. Abbiamo compreso che la specializzazione avrebbe fatto la differenza, ed abbiamo puntato sulle possibilità che sembrava offrire.

Il vostro prodotto di punta è la polo maschile in filo di scozia, totalmente made in Italy

Esatto, i miei genitori hanno colto le potenzialità di questo genere di filati, e così è nata una piccola maglieria tra le colline pugliesi. L’azienda ha cominciato a vendere all’ingrosso, in seguito la passione per la qualità, l’occhio attento alle nuove tendenze, l’attitudine a creare capi eleganti, con materie prime raffinate ha portato alla nascita del nostro brand. Oggi possiamo dire con orgoglio che collaboriamo con marchi del calibro di Armani, Colmar, Luigi Borrelli. 

Riesci a raccontare l’attività dell’azienda in numeri?

Il maglificio si sviluppa su una superficie di circa 1000 mq, abbiamo 20 dipendenti, produciamo circa 60mila capi all’anno; i nostri rivenditori autorizzati sono 500 e intratteniamo rapporti con circa 10 Paesi esteri. La nostra esperienza è più che trentennale. Mia madre è la titolare di Vela Blu, mio padre si occupa di amministrazione ed io guido le attività commerciali e il marketing.

Hai una preparazione universitaria che ti consente di affrontare questa responsabilità?

Ho un diploma conseguito in un istituto che mi ha formato come tecnico delle comunicazioni ed ho  partecipato a diversi corsi di marketing. Ma tutto quello che so l’ho imparato sul campo, sin da piccolo. 

Cosa rende i vostri capi così richiesti?

La cura del dettaglio, la lavorazione artigianale, l’esperienza acquisita rispetto alla scelta dei filati, rigorosamente italiani, il fatto che siano completamente made in Puglia. 

Un tuo successo personale o anche ottenuto con il lavoro di squadra?

L’apertura, lo scorso novembre, di un punto vendita diretto a Ruvo, grazie ai fondi Duc (Distretto Urbano del Commercio) stanziati dalla Regione Puglia e indirizzati a chi aveva voglia di fare impresa, per rivitalizzare il centro storico di Ruvo. Sono nate così 26 attività, tra le quali la nostra. Un bel traguardo, visto che in graduatoria, siamo risultati al settimo posto, su 70 aziende che avevano risposto al bando.

Qual è il futuro del commercio, rispetto al settore tessile? Come si fa a richiamare gente in negozio, quando prodotti di ogni genere sono già nelle mani dei consumatori, attraverso smartphone, tablet e dispositivi vari? Aprire un negozio di questi tempi è un bel rischio.

Lo è, ma bisogna considerare anche che Ruvo è un piccolo centro, i rapporti personali sono importanti. Ho grande rispetto per i cambiamenti e trovo che l’e-commerce, al quale anche noi ci stiamo affacciando, non debba essere inteso necessariamente come un nemico delle forme di commercio tradizionali. Il negozio classico ha bisogno di reinventarsi, così com’è è destinato a soccombere. Deve essere un luogo dove il rapporto con il rivenditore possa tornare a riagganciare quella fiducia spazzata via dalle grandi catene. Scaffali e proposte impersonali, commessi che non sanno nulla di quello che vendono non possono far altro che spingere il cliente nello spazio virtuale del web. 

Come si fa quindi ad essere attraenti?

Innanzitutto proponendo prodotti specifici, di qualità; ponendosi come shopper dedicati, cercando di capire di quale tipo di capo, colore, filato, abbia davvero bisogno il cliente. Il retailer del futuro è un monomarca, con servizio a misura di chi lo frequenta. Penso a spazi dove si possa andare non solo a comprare una maglia, un pantalone, made in Italy, anzi made in Puglia (come nel nostro caso), ma luoghi dove magari ci si possa rilassare, in un angolo allestito con puff e librerie; farsi fare un massaggio. Oppure posti dove gli outfit: gli abiti, accessori compresi, soprattutto quelli di un certo valore, possano essere noleggiati e quindi siano accessibili a tutti. In alcune città servizi del genere esistono già e vanno benissimo.